Aveva ragione mia moglie. Sono trasandato, sciatto, approssimativo, ogni cosa che faccio nasce e muore sotto una cattiva stella. Per questo ho accettato il mio destino senza lottare, da molto tempo, ormai. Per questo sono finito qui e non ne uscirò vivo. Mi aspettano nell'ora d'aria. Un "guapo" a cui non ho ceduto il passo, un altro che forse si annoia, hanno già limato il cucchiaio, ne hanno rinforzato il manico con del nastro adesivo, per ricavarne il punteruolo che mi squarcerà la gola.
E' oggi il giorno. E' sempre stato così, il destino mi ha camminato sulla faccia.
Giaceva in salotto, la testa fracassata - ero rincasato più tardi del solito, sconciamente ebbro. La sera prima, come tutte le sere, avevamo litigato furiosamente - ero geloso e impotente, lei bella e beffarda. Tutti avevano sentito le mie terribili minacce urlate, tutti sapevano che la picchiavo e lei mi tradiva, prima per noia, poi per sfida.
Così per paura o forse per desiderio di perdermi, feci a pezzi il corpo che anni prima avevo amato e desiderato, lo ficcai in un baule e lo spedii come collo postale nel luogo più lontano e desolato che l'immaginazione febbrile mi dettò.
Ma aveva ragione lei. Chiudendo il baule, serrai all'interno amche un bottone che pendeva sfilacciato dal mio gilé. Usai per l'indirizzo - una lontana missione della Terra del fuoco - un modulo adesivo pre-stampato preparato da mia moglie - lei sì sempre così esatta nelle sue cose - con tanto di mittente bene in vista. Ma chi si sarebbe accorto del mio stato!; non pensai un solo istante di alterare la mia grafia nel compilare la destinazione.
I pezzi della mia signora li cacciai dentro un poco alla rinfusa, lo ammetto, senza neppure chiuderli in sacchi di plastica. Segnai l'appartamento, le scale, il marciapede, il taxi, l'Ufficio Spedizioni delle ferrovie - aperto anche di notte - il deposito dei bagagli in partenza, di una scia sgocciolante di sangue e fluidi vari.
Tornato a casa dormii come una pietra, mentre l'orrore, lo sedgno, la vendetta con il peso di mille prove provate ripercorrevano la strada fino alla mia stanza e una polizia eccitata dal sangue e dalla facilità del caso subito risolto, esercitava senza parsimonia il manganello sul mio corpo scricchiolante.
Che dire? Come difendermi? Sono finito qui. E' l'ora, esco verso l'aria, la luce, la fine del mio tempo.
L'ho amata e l'ho uccisa. Ora toccherà a me. Nulla vi é di più triste che sopravvivere alla morte dell'amore, quando invano cerchi negli occhi che si sono aperti e ti hanno lasciato entrare nell'anima, un segno dell'amore che é stato, é finito! L'ho coperta di regali, l'ho pregata, minacciata , mi sono umiliato. Non é servito. Scordate le ore d'amore, dimenticate le notti, quando le frasi accorate, le poesie appassionate - da studente colmo di sogni e privo di mezzi - le parole, accanto a lei mi nascevano infaticabili e la facevano sentire preziosa, desiderata, unica! Lei tornava ad annoiarsi, irrideva il mio pianto di bimbo deluso, il mio spasimo d'adolescente che tutto l'universo riconduce alla propria sterile pena.
Mi ha riso in faccia, stanotte, mi ha detto che ha un nuovo amante, un uomo VERO, un Lucifero, angelo del Male. L'ho colpita sulla bocca - tante volte ardente di parole e di baci - é caduta battendo la testa. Non si é più mossa. Sono precipitato perr le scale buie, ho sbattuto contro qualcuno che saliva, probabilmente il marito, puzzava di acquavite, ubriaco come sempre. Che importa se mi ha riconosciuto? Non aspetterò la giustizia degli uomini che pesano, scavano, parlano, giudicano senza conoscere nulla del mio cuore.
La notte é fredda, l'acqua oscura e tranquilla mormora ai miei piedi, mi chiama.
Nessuno ha mai riso di me. La mia famiglia ha servito i re di questo paese, fiero e sfortunato, i Grandi della Patria annoverano fra loro molti miei antenati. Il titolo che porto é passato attraverso la caduta del mio casato e la rovina, fermo e splendente come la prima stella della sera. Sono un hidalgo, un "Hombre vertical" che non si é mai piegato, non ha mai ceduto il passo, non ha mai conosciuto - pur nella miseria resa più dolorosa dal ricordo dei fasti antichi - la derisione e l'umiliazione.
All'alba morirò, nel modo più infamante. Entrerò nella luce abbacinante d'una stanza insonorizzata, farò qualche passo con gli occhi chiusi, un colpo alla nuca mi abbatterà sul linoleum del pavimento, verrò trascinato via, come un vitello al mattatoio. E' la pena per gli assassini. Ma non ho ucciso io quella donna che fu poi trovata a pezzi in un baule.
E' l'orgoglio a portarmi qui dove mi trovo faccia a faccia con il mio destino. Da tempo obliavo la miseria nell'alcool; quella sera sfidai e vinsi don Alonso in una partita di "terminal", un gioco che consiste semplicemente nell'allineare cinquantadue bicchierini d'acquavite: i contendenti agli estremi del serpente alcoolico e via a svuotare i bicchieri e riporli capovolti. Non arriverò ai venti prima di crollare sotto il tavolo. Con metodica, inesorabile applicazione superai la trentina, riscossi la vincita, irrisi la scarsa virilità del perdente, affermai a voce alta che ero del tutto sobrio e che sarei rientrato tranquillamente a casa, nonostante la notte nebbiosa, le strade buie, i vicoli senza luce.
Non fu così. Da tempo faticavo a reggere l'alcool, anche se facevo di tutto per nasconderlo: era l'ultima parvenza di forza, l'estrema esibizione di potenza che potevo accampare.
Mi persi nella notte, confusi l'ingresso, la gola nera delle scale m'indicò una porta sbagliata, entrai a tentoni, picchiai la faccia in uno spigolo, caddi a terra, ruscellai dal naso, copiosamente, e poi quella donna per terra esamine.
Il dolore e lo spavento diradarono i fumi dell'ebbrezza, fuggii attraverso le tenebre, fui in strada.
Pensai di essere uscito dall'incubo, quando il marito fu accusato e assassinato poi in carcere, per una questione tra gauchos, come spesso avviene da noi.
Ma qualcuno volse la ruota della mia sorte. Un testimone tardivo, un caso di coscienza intorpidita che si ridestava, mi risucchiò giù nella tenebra profonda.
Le impronte che avevo lasciato, il sangue versato, così raro e distillato dai secoli del quale avevo menato vanto in ogni occasione, mi hanno perduto .
Difendermi? Confessare che non reggevo più il bere, che avevo addirittura sbagliato isolato, salvarmi al prezzo della derisione e del compatimento? Meglio la morte! Con me finisce la storia della mia stirpe.
Porto nella tomba il motto della mia famiglia, che da sempre incute rispetto: "NEMO - ME SUPERSTITE -IRRISIT".
Amo il male. Odio il bene. Amo la menzogna, detesto la verità, la luce, tutto ciò che dà serenita e pace.
I miei ricordi affondano in giornate livide, stanzoni gelidi, digiunu, percosse, preghiere mattutine nel freddo delle navate oscure, traviamenti di diaconi zelanti e crudeli, piaceri solitari che incupivano l'anima.
E sempre quel peso da trascinarmi, la mia gamba rigida e il soprannome, "lo storpio" che mi rincorreva ovunque.
Presi i voti, cominciai a vendicarmi del mondo. Non tralasciai alcun peccato, alcuna efferatezza, coltivai con gioia nascosta ogni perversione. L'abito talare fu il mio scudo, l'usbergo corrusco, l'insegna sotto cui promisi al Principe delle Tenebre di servirlo fino all'ultimo respiro. Sidai Dio, lo vinsi: si ritirò dalla mia vita. Con metodo, con infaticabile impegno sedussi spose caste e le abbandonai col bastardo che mi avevano concepito; portai mariti fedeli e laboriosi all'alcolismo e al delitto; condussi con ragionamenti perfidi e inoppugnabili gli infelici alla disperazione e al suicidio; traviai fanciulle e adolescenti venuti a me per confessare colpe ingenue e inconsisitenti.
L'abito mi proteggeva, le mormorazioni venivano spente dai miei partigiani, profumatamente remunerati. Ero falso, crudele, meschino, profittatore. Ero il Male.
Ma volevo il capolavoro, volevo il delitto come arte, da far invidia a Satana! Ci sono riuscito.
Vagando, una notte nebbiosa, fui incuriosito nel vedere l'hidalgo - povero relitto d'una stirpe nobile - camminare malfermo in un quartiere così fuori mano per lui, che appariva smodamente ebbro.Lo seguii d'istinto. Con mia sorpresa infilò l'androne del palazzo - ormai in rovina - dove viveva la mia ultima amante. Salì le scale senza luce, qualcuno scendeva di corsa, gli passò vicino, io mi nascosi e lo riconobbi, uno studente spiantato, sfortunato amore della mia matura ganza. Ma quello saliva, entrava proprio in quell'appartamento! La porta rimase spalancata. Mi affacciai. Alla fioca luce del riverbero lo vidi tastare ovunque, male orientandosi in quei locali per lui sconosciuti, poi un urto, un gemito di dolore, un tonfo. Sbirciai, lo vidi chino sulla donna esamine, il sangue gli colava dal naso sul tavolino, sul tappeto, sul corpo a terra. Si alzò di scatto e fuggì via passandomi vicino, senza vedermi.
Che momento! Che occasione! Satana sei immenso.
La donna rinveniva, lentamente, lamentandosi piano. Afferrai il massiccio posacenere di cristallo che l'ubriaco aveva palpeggiato rialzandosi dalla caduta di poco prima - portavo come sempre guanti neri - e lo calai con tutte le mie forze su quella testa superba che pure avevo carezzato. Udii uno scricchiolio terrificante: l'annuncio della morte che veniva.
Uscii, la porta rimase aperta sul delitto.
Lasciai andare le cose. Tutto si combinò mirabilmente.
Il marito arrestato e sgozzato in carcere per questione d'onore o altro. Il giovane amante suicida.
Sarebbe bastato a Voi? Non a me. Passato qualche tempo, una lettera anonima - dettata da un caso di
coscienza forse tardivo ma irrefrenabile - avvisava la polizia che un nobile decaduto e ubriacone era l'assassino della signora del baule. Si controllassero le impronte digitai e il sangue la cui provenienza nessuno aveva mai saputo spiegare.
Così fu fatto. Egli non si difese, andò al patibolo con una certa dignità, residuo dell'orgoglio di una schiatta che fu tra i Grandi del Paese.
Ho trionfato. Se, dopo la mia morte, qualcuno inorridirà leggendo queste carte, avrò ottenuto un'ultima, postuma vittoria; é il male l'anima del mondo, i demoni ci portano per mano, discendono
con noi, passo passo, i gradini che menano all'abisso, i demoni, i demoni!
Renzo Mosca, giugno 2011
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