La moglie del filatelico - Le inchieste del commissario Leali 2
1. Aprile, quarta settimana.
Giovanna camminava nel parco Tarello, Brescia due. Era una limpida giornata d’aprile, preparata da giorni di pioggia fredda e monotona. I monti innevati facevano corona a nord della città, e non le solite colline attorno all’abitato, quelle sembrava di poterle toccare con la mano e di contare uno ad uno gli alberi dei boschetti, i prati e le poste di caccia dei bresciani sui Ronchi e in Maddalena.
Verdi diversi, fazzoletti stesi sui fianchi delle montagne, case sparse, fattorie abbandonate, stalle che presto sarebbero state riaperte per la stagione del pascolo. La macchie lillà degli alberi di Giuda. In quella giornata d’aprile spazzata dal vento di settentrione Giovanna cercava inutilmente di farsene venire a mente il nome, parevano vicini anche i monti ancora pieni di neve, le Alpi dell’alta Val Camonica e della bergamasca, il Guglielmo. E se entravi nel parco da via Sostegno, al di là della ferrovia, dove ultimavano il Palazzo di Giustizia, lo sguardo prendeva d’infilata tutto il parco e si spingeva oltre il Crystal Palace, le ciminiere bianche e rosse dell’inceneritore e più avanti azzurra, altissima e persa nel colore identico del cielo, la torre del termovalorizzatore.
Giovanna entrò nell’erba, appena rasata, così le venne di pensare, rasata non tagliata, perché sentiva sotto i piedi una moquette compatta e morbida e sotto la pelle una voglia matta di togliersi le scarpe e starsene a piedi nudi.
Le file di pioppi avevano foglie nuove che fremevano al vento e facevano poca ombra, ma non importava. Si tolse la giacca del tailleur e camminò con le braccia scoperte.
Si fermò a rinfrescarsi a una fontanella, alzò gli occhi. Davanti a lei il gasometro dismesso. Da quanti anni? Un dodecaedro rugginoso, alto più di quaranta metri, isolato dal resto del parco da uno steccato di compensato, un tempo color senape, ora palestra dove si erano sfogati i writers della città e quelli venuti da fuori. Sedette su una panchina senza schienale, le detestava, come un letto senza materasso o una bicicletta sgonfia, accese una Multifilter, tirò qualche boccata rapida soffiando il fumo in lunghe volute lente e restando guardarlo disfarsi nell’aria.
Ed eccola Giovanna, trent’anni prima, bambina iscritta precocemente alla prima media nell’Istituto delle suore Orsoline come convittrice. Cammina sotto la mole del gasometro nuovo di zecca, nella campagna che si stende oltre la ferrovia e il cavalcavia Kennedy. A soli dieci anni è già tra le alunne migliori della sua sezione. Precoce lo è sempre stata. A due anni parlava perfettamente, a cinque anni leggeva e scriveva, le maestre d’asilo non sapevano più che farle fare. Suo padre l’aveva iscritta alle elementari a cinque anni. Precoce anche nel dolore. L’estate dei suoi nove anni erano partiti, la mamma e il papà, per una lunga vacanza in camper in quella che allora si chiamava ancora Jugoslavia. Chiusa l’edicola che avevano in piazzetta del Vescovado per tre settimane d’Agosto, loro partivano e lei aveva potuto festeggiare la licenza elementare coronando il suo sogno: la colonia estiva al mare a Cesenatico con le sue amiche.
Non erano più tornati. Un incidente su una delle stradine sterrate dell’interno montuoso della Jugoslavia, il camper che finisce schiantato in fondo a una scarpata. Il suo nome che risuona nell’altoparlante del refettorio durante la cena in colonia. La madre superiora che la fa sedere davanti a lei. Afferra il grosso vaso di vetro, solleva il coperchio massiccio e le offre una pastiglia alla menta, quelle bianche, grosse. Quante volte aveva sbirciato quel vaso pieno di mente sulla scrivania della madre superiora. Ora quell’offerta. Significava qualcosa. Giovanna era indecisa se accettarla. Poi allungò la mano e ne afferrò due, ficcandosi in bocca quella grossa particola fresca e dolce al tempo stesso. L’altra in mano, per dopo. E intanto ascoltava:
-Devi essere forte, Giovanna, è successa una disgrazia. I tuoi genitori sono volati in cielo…