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Sezione recuperi

Sezione recuperi

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I - Il piccolo R.M.  girava lo sguardo per la sua cameretta: sacchetti di biglie multicolori, i giochi, il calendario dell'Orso Tenerone, l'aquilone appeso al muro. E i libri, i libri bellissimi, con stupende figure coloratissime di draghi e guerrieri, maghi e fanciulle meravigliose, castelli e boschi incantati dove solo i cavalieri senza macchia e senza paura potevano penetrare per combattere gnomi malefici e liberare principesse bionde dalla boccuccia rossa da baciare, per risvegliarle dall'incantesimo.

E poi cos'altro succedeva? Perchè la mamma quando c'erano ospiti lo lasciava senza la lettura d'ogni sera che per lui era come il viatico della buona notte, perchè non sapeva leggere ancora!

Non gli piaceva quell'età d'infante che non gli lasciava penetrare i misteri delle pagine fittamente seminate d'oscuri segni neri che nascondevano i tesori delle favole, gli arcani delle leggende, senza che lui potesse nulla per sollevarne il velo!

II - Il bambino R.M. non riusciva a prendere sonno. Attraverso le imposte socchiuse, entravano nella sua stanza e si spandevano nel buio, con il primo tepore di maggio, le risate e le voci eccitate delle bande di ragazzi che scorazzavano per la via, al ritorno dal rosario. La campanella della pieve poco distante, situata all'incrocio di due strade secondarie, sempre raccolta nella sua penombra deserta, rintoccava quasi lieta.

Pensò a quello che suo fratello grande gli aveva raccontato,  ai gruppi di ragazzi che stavano correndo per strada, agli scherzi fra loro, alle rincorse dietro le fanciulle,  con le ortiche in mano e le loro grida acute e ridenti;  avrebbe voluto essere anche lui fuori, a giocare fino a tardi.

Detestò la sua età, la condizione di fratellino minore costretto all' " A LETTO SUBITO DOPO CENA" col sonno che non voleva venire e la consapevolezza che c'era chi si divertiva, mentre lui fissava le ombre passeggere sul soffitto.

III - Il ragazzo R.M.  guardò con irritazione i vestiti che la mamma gli aveva preparato. Un nodo di rabbia e delusione gli chiuse la gola. Ancora calzoni corti! Aveva tredici anni ormai, ma lei si ostinava a considerarlo un bambino! Gli venne da piangere, prese l'indumento e lo gettò per terra, lo calpestò e lo calciò via. Figurarsi, in pieno inverno. Sarebbe arrivato in chiesa con le gambe bluastre per il gelo, le ginocchia e le cosce sembravano esposte solo per i pizzicotti e le manate dei suoi compagni, dolorosissime! Per non parlare delle ragazze delle sua classe: vestito com'era, con cravattino alla piccolo lord e la pettinatura a banana, lo avrebbero sicuramente canzonato: "Superbone! Superbone!"

Sospirando riprese i pantaloni, li stirò con la mano, li indossò.

Odiava la domenica, in quell'età di mezzo, avrebbe dato non so cosa per essere già grande e decidere da solo cosa mettersi e quando. Finì di vestirsi e uscì nell'aria vitrea di gennaio.

IV - L'adolescente R. M. rilesse ancora una volta la lista dei convocati della squadra di calcio giovanile dell'U.S.O. "Boys" ( Unione Sportiva Oratorio ) della cittadine dove abitava.

Sapeva di non poter essere tra  i titolari . Ma continuava ad attardarsi sull'elenco dei primi undici, che peraltro già conosceva a memoria. Non c'era fretta di scendere ai nomi delle riserve, quelli che sedevano in panchina accanto al mister e che potevano, se non addiruttura giocare qualche scampolo di partita, almeno avere accesso alla divisa blu con i grandi numeri rossi sulla schiena, alle scarpette con i tacchetti, al riscaldamento in campo, al rito del tè bollente e zuccherato nell'intervallo, condividere dal vivo la gioia del gol, l'amarezza della sconfitta.

Respirò profondamente e abbassò lo sguardo a piè di lista. Se lo aspettava ma la fitta fu ugualmente acuta. Ancora lui, ancora G.F., quel grosso bestione ipersviluppato, gli aveva soffiato il posto. Eppure lo dicevano tutti che era lui più tecnico, più bravo, ma quell'altro aveva il fisico adatto per quei campi pesanti, dove la forza fisica faceva aggio sulla classe pura. Odiò la sua corporatura gracile, longilinea, avrebbe voluto avere uno sviluppo precoce e brutale, come alcuni suoi compagni di prima superiore, già uomini fatti con tanto di attributi.

Ingoiando lacrime amare, inforcò la bicicletta e si avviò verso casa.

V- R.M. chiuse i libri di latino, il Bignami che doveva aiutarlo negli esami per il diploma e si guardò allo specchio. Non cresceva, cristo! Non cresceva. Sì, un poco di peluria, un'ombra sul labbro superiore, ma vuoi mettere le barbe dei suoi amici? Scure, folte, dure come setole suine, e i baffi !certi mustacchi degni del compagno Josip Vissarionovic o di Zapata, mica cazzi ! Da mettere paura ai professori, da far girare la testa alle pasionarie vestite con larghe tuniche a fiori e bluse di tipo orientale e, si mormorava, senza reggiseno.

Sospirando prese il pennello e la crema da barba, affilò il rasoio. Alla fine fu nuovamente di fronte alla sua normalissima faccia da bravo ragazzo, pulitino e a modo. Pareva un seminarista, come si poteva decentemente partecipare a un'assemblea, condurre un'occupazione scolastica o un'autogestione senza un capello fuori posto, un pelo superfluo?

Sarebbe arrivata anche per lui l'esplosione dei bulbi piliferi, l'apoteosi della selva barbuta e incolta,  dei baffi che ti piovono in bocca. Ma quando?

VI - Lei era lì, china sui libri, nel silenzio un poco sacrale della biblioteca universitaria. Lui fece per avvicinarsi, ma notò un giaccone appoggiato alla sedia vicina alla sua e  accanto a quelli di lei un pacco di libri legati da una cinghia rossa, con la fibbia di tipo militare. Ancora lui! Eppure lei aveva promesso che avrebbero studiato insieme!

Lì, in piedi, senza sapere cosa fare, temendo di metterla di cattivo umore con la sua sola presenza, specialmente ora che lui era nei paraggi e sarebbe tornato presto, la circondava con lo sguardo, bevendone avidamente il profilo di tre quarti, la linea del collo, la forma delicata del naso, il movimento delle labbra un poco imbronciate nello sforzo di capire e memorizzare quanto andava leggendo, la massa dei capelli castani, lunghissimi e serici che le incorniciavano l'ovale del viso.

Di colpo si sentì del tutto inadeguato alla sua bellezza, al fluido di donna già fatta e sicura di sé che sprigionava, provò la stanchezza di soffrire per lei che era, come sempre, così persa, distante da lui, affondata in mille altri pensieri. Capì che non sarebbe mai stata sua, gli fu finalmente chiaro che si era iscritto a giurisprudenza solo per stare vicino a lei che oramai non l'amava più e aveva un altro.

Si girò, si allontanò come un ladro, silenziosamente. Fuori, imboccò il corridoio, entrò nella segreteria e chiese quali pratiche definire per cambiare università.

VII - Il professor R.M. si tolse gli occhiali, si sfregò i bulbi oculari perdendosi dietro la miriade di schegge luminose e di spirali ondeggianti che si andavano formando in fondo alla retina, sotto la pressione circolare dei polpastrelli. Era stanco, ma non poteva fermarsi. Il pacco degli elaborati da correggere era molto più alto di quelli controllati. La mattina a scuola, il pomeriggio lezioni private, la sera, dopo cena, la correzione dei compiti in classe.

E laggiù, nel buio di un cassetto, i dattiloscritti dei suoi libri, romanzi, saggi, poesie, che aspettavano solo di essere riletti, sistemati, ma già praticamente terminati. E lui sapeva che era roba davvero buona, se ne era convinto leggendo quello che gli altri pubblicavano e che veniva accolto con entusiasmo dalla critica. Ancora qualche anno di sacrificio e poi forse.....

VIII - All'assegnazione del premio letterario "Voci d'Italia", indetto sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica, uno dei più importanti del Paese, quando il suo nome risuonò nella sala come vincitore assoluto, R.M. dapprima quasi non lo udì. Camminò fino al palco fra gli applausi, strinse le mani quasi galleggiando. Non vedeva gli amici festanti, i colleghi compiacenti o rosi dall'invidia, sua moglie che piangeva di gioia in prima fila.

Fissava lui, Abele Fortis, il vate, il poeta sommo, la voce delle anime elette, fresco vincitore del Premio Nobel. Quando costui con un sorriso benevolo - o era solo un tic di sufficienza?- gli strinse la mano e gli porse la pergamena d'onore unita alla busta che conteneva un cospicuo assegno, ebbe come una scossa.

Tutti scambiarono per commozione quelle lacrime che erano di rabbia. Gloria quella? Fama?

Davanti a lui stavano la gloria e la fama, quelle imperitute, scritte a lettere d'oro in tutti gli atenei, nelle biblioteche, nelle librerie, nei cuori di chi si nutriva di poesia: Abele Fortis.

Tutto il resto era cenere!

IX - La spianata in sanpietrini davanti al Quirinale era vuota. Il vento mulinava qualche carta, foglie. La luce aranciata della sera romana scaldava le balconate, le statue, i grandi vasi di oleandro.

R.M. osservava l'andirivieni ritmato e sempre identico della guardia sotto di lui, davanti all'ingresso.

Bussarono. Appoggiandosi al bastone si voltò:

- Presidente, la macchina aspetta......" Uscì.

...La serata era trascorsa tranquilla. Una laurea honoris causa conferitagli dall'Università di Parigi, un ricevimento all'ambasciata ungherese. Ora sedeva al suo scrittoio, vergava in matita, con la  scrittura minuta e un poco obliqua, le sue memorie: "... la notizia dell'assegnazione del Premio Nobel per la letteratura mi raggiunse nella città..."

Si fermò. I suoi occhi furono accecati da un bagliore, dentro il quale vide nitidamente sè stesso ragazzo, alla finestra, chino sul suo quaderno, intento a scrivere le prime poesie. Il ragazzo lo guardò e  gli sorrise, chiamandolo.......

Chi lo sa cosa provò, cosa pensò - se ne ebbe il tempo - quando l'aneurisma al cervello lo stese a terra, insensibile, sulla riva deserta della vita, terminato il suo cammino?

X - "Strano - si disse R.M. - qualsiasi strada prenda mi ritrovo sempre a scendere, a volte ho addirittura l'impressione di camminare capovolto!" e proseguì fino ad uno spiazzo coperto di ghiaia dove sorgeva un padiglione piuttosto piccolo, poco più di un gazebo, che emanava una luce intensa.

Una porta a vetri recava la targhetta: " SEZIONE RECUPERI".

Bussò con due colpi leggeri. Gli aprì una specie di Quasimodo, zoppo oltre che deforme alla schiena.

Lo introdusse in un'anticamera che occupava la metà della costruzione e si sedette ad una scrivania sgombra, tenedo la sedia di traverso per via della gamba rigida. Ebbe l'impressione che non stesse facendo nulla da tempo immemore.

-Nome?

Gli fornì le generalità, cercando di spiare al di là della vetrata, ma i pannelli smerigliati non lasciavano sfuggire nessuna immagine nitida.

- Si accomodi! Certo, le visite qui sono piuttosto rare - come avesse indovinato il suo pensiero. Riprese:

- Cosa vuole, quando è finita quasi nessuno ci tiene a rimettersi in gioco, preferiscono, giustamente, riposarsi dalle fatiche del vivere, dimenticare le delusioni. Personalmente in tanti anni non ho mai avuto notizia di nessuno che, tornato di  là, abbia poi saputo condurre una vita diversa e migliore della precedente. Interessante, vero? Ma forse per lei sarà diverso.

Ecco, ora le apro e poi starà a lei cercarsi il periodo della sua esistenza nel quale vuole rientrare.

Così dicendo, attraversata l'anticamera, aprì con una ridicola chiavetta una porticina e lo fece passare.

R.M. si appoggiò al bastone per non cadere.

Davanti a lui si stendeva, per uno spazio infinito, una distesa interminabile di scatole cubiche, del lato di circa dieci centimetri, ammonticchiate a formare dune, piramidi, vallate, pianure sterminate, catene montuose, depressioni di abissale profondità: un universo formato dai diversi periodi di tutte le vite dalla Creazione in poi, mal vissuti, sprecati, banalizzati nel tran tran quotidiano. Questo era il centro di raccolta.

In continuazione altre scatole piovevano da chissà dove e si aggiungevano alle precedenti. Ne raccolse una: "Fanciullezza di Arpo Jensen -1712 - 1717 " recava l'etichetta. La lasciò cadere.

Spersi in lontananza, assurdamente minuscoli, vide tre-quattro individui che frugavano, rivoltando mucchi di scatole, scavando gallerie nei fianchi delle colline. Il silenzio pesava, moltiplicato dalla vastità delle distese. Uno di loro cominciò ad urlare, come se la disperazione avesse preso di colpo il sopravvento, un altro rispose e poi via via altre grida si rincorsero da un capo all'altro della vallata, si prolungarono nell'eco, si spensero. Ripresero quel lavoro, degno di Sisifo.

- Beh! - fece il guardiano - buona fortuna, mi chiami quando ha trovato quello che cerca. Io aspetto qui fuori. -  E chiuse la porta alle sue spalle.


Renzo Mosca, novembre 2010
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