2. Ora il convoglio sta per attraversare il villaggio di Bran, poche centinaia di anime, illuminato a malapena da luci fioche. Un gregge di pecore e montoni dorme all'aperto, sotto le stelle, difeso contro il freddo della notte dall'abbondante vello. Stanno tutte ammucchiate e si scaldano a vicenda. Ecco, il grande pipistrello nero vola sopra il gregge, si alza e si abbassa, sfiora le bestie fino quasi a toccarle. Anzi, nel momento in cui riprende figura umana le tocca proprio: nell'atterrare tira un calcio a un montone, cade addosso a una pecora e alla fine si ferma a cavalcioni sopra una capra. Da qui scivola giù con la faccia nell'erba ghiacciata. Si rialza ammaccato. Per fortuna la biancheria pesante ha attutito i colpi.
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Il signore di Cadignan girò l'unico occhio socchiuso per vedere se ci fosse una via di fuga, magari confondendosi con il gregge di pecore. Ma le pecore non c'erano più. Al loro posto creature femminili, scalze e vestite di scuro e grigio, con cappelli penzolanti e collane di fiori spinosi al collo, che si muovevano attorno al fuoco senza toccare terra, sospese a mezz'aria. Streghe notturne, le più malefiche del creato. E i cani? Lunghe ombre si aggiravano in quella confusione ronfando soffiando. Il signore di Cadignan non volle crederci, ma dovette accettare che i cani si erano trasformati in gatti giganteschi, neri dagli immensi occhi gialli, che si strusciavano ai piedi delle streghe, loro signore.
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...Appena fu solo nella camera e sentì i passi dell'infermiera che si allontanava dopo aver chiuso la porta a chiave, il professore fece un salto di gioia, accennò a qualche passo di danza, poi voltatosi gridò:
- Visto Davidian, amico mio? Ce l'abbiamo fatta, siamo liberi! Adesso mettiti comodo in poltrona. Io preparo i miei bagagli e intanto ti racconto tutto. Avresti dovuto esserci, i quattro barbagianni impagliati stavano in fila e mi fissavano, pronti a saltarmi alla gola. E io tranquillo, calmo, serafico.
Camminò su e giù narrando per filo e per segno il colloquio. Aveva appena finito di parlare che si sentì la chiave nella toppa.
- Nasconditi sotto il letto – sussurrò . La porta si aprì. Era il professor Melo-Cantu, accompagnato da un infermiere muscoloso e con lo sguardo assente.
- Stavate parlando. Con chi, se posso saperlo?
- Canticchiavo una vecchia filastrocca e facevo il conto della biancheria che mi è rimasta. Sa, preparo le valige.
- Dipendesse da me quelle valige prenderebbero la muffa sotto il letto. Ma i miei tre colleghi sono convinti che siate guarito. Ma io no. E sappiate che vi terrò d'occhio, controllerò ogni vostro gesto, ogni lettura, ogni vostro incontro. E voi tornerete qui. Una macchina vi aspetta di sotto. A presto, professore!
E se ne andò. L'infermiere raccolse i bagagli di Vurdalac, uscirono nel corridoio. Il professore si girò per assicurarsi che l'amico fosse uscito dal suo nascondiglio sotto il letto e lo stesse seguendo.
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Torweena, l'elfa del maggiolino dorato
Torweena, l'elfa del maggiolino dorato appartiene al popoloso gruppo degli elfi silvani o elfi dei
boschi. Per lei vivere nella natura è fonte di perfetta letizia. Porta i lunghi capelli neri sciolti sulle
spalle intrecciati a bacche rosse e fiori di campo, indossa una corta veste di panno color marrone
bruciato, per mimetizzarsi con l'ambiente circostante, chiusa ai fianchi da una cintura di cuoio
verde con fibbia d'oro rotonda, punteggiata di lapislazzuli scuri. Come molti elfi silvani ama
camminare a piedi nudi nel sottobosco; se deve inoltrarsi nel fitto della boscaglia o camminare su
terreni accidentati calza un paio di stivaletti leggeri, rosso scuro. Il colore della sua pelle è chiara,
con riflessi azzurri, quasi trasparente. Gli occhi sono grandi, marroni.
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Ghentel
L’elfo di Gennaio
Ghentel, l’elfo di Gennaio, aprì gli occhi. Era il primo giorno del mese. Fuori era nevicato e tutta la valle di Orgath era una bianca distesa abbagliante. Anche il cielo era lattiginoso, basso e senza sfumature. Raccolse il suo flauto di sambuco e uscì. Non un’ orma sulla neve fresca, non un suono nell’aria, né un colore diverso dall’infinito, monotono candore. Il suo vestito blu, il mantello azzurro, gli stivali di nappa nera erano le uniche macchie vive per mille leghe intorno. Ghentel si inoltrò nel bosco e prese a scendere verso il villaggio degli uomini. I ruscelli erano coperti di ghiaccio, gli stagni erano specchi grigio-azzurri. Vide la sua immagine riflessa, il viso celeste, gli occhi blu, i capelli turchini. Lui, l’elfo di gennaio, proteggeva gli umani dal gelo e dalle tormente, riportava nelle stalle gli animali perduti, faceva ritrovare la strada ai viandanti dispersi nelle tormente. In cambio riceveva cibo che i valligiani gli lasciavano davanti alle porte delle case. Ma gli umani lo temevano, perché era troppo diverso da loro. Ghentel era in vista delle prime case del villaggio, quando si accorse che dai comignoli non usciva fumo, le porte e le finestre erano ancora sbarrate e nessuno camminava per le strade. E il silenzio regnava ovunque. Eppure era tardi. L’elfo si avventurò fin dentro il centro del villaggio, dove la fontana ghiacciata non cantava più. Dov’erano finiti gli Orgathiani?
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Bucarest, sei mesi prima Bucarest, fine aprile.
Il mese delle giunchiglie e dei fiori di pesco. Il professor Vurdalac Midlir camminava nel grande parco della clinica psichiatrica della capitale romena.Le aiuole fiorite si alternavano ai prati e ai filari di alberi coperti dalle foglie nuove, d’un verde tenero e delicato. I colori dei fiori si mescolavano davanti ai suoi occhi. Si tolse gli occhiali e pulì le lenti con la cravatta.
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1. E' notte, una piccola cometa oscura...
La notte è serena, il cielo sopra la città è pieno di stelle, tremolanti e luminose. Un punto opaco si muove da est verso ovest, attraversando la volta celeste. Si percepisce la sua presenza solo perché spostandosi oscura per un istante miliardi di astri della Via Lattea. E' una piccola cometa oscura, con una minuscola coda, invisibile, che gira pigramente nel grande oceano infinito del cielo nero. Ma qualcuno dall'alto sta osservando il suo lento viaggio negli spazi siderali. Si sente una voce:
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Parigi, seconda settimana di luglio, molti anni fa. Diversi pullman si fermarono quella mattina davanti all' Hotel des Capucines, albergo situato al centro della città, dietro le nuove Halles...
Dai pullman scendevano frotte di ragazzi e ragazze. Si sentivano scoppi di risate, canti, slogan. Tra i più scalmanati un gruppo di studenti italiani. Uno di loro non indossava altro che la divisa dell'Inter, completa mutandoni bianchi, calzettoni neri, scarpini da gioco e maglia numero 11 col nome Ramon Diaz stampato in oro sulle spalle.
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