Nuovi racconti d'elfi
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Torweena, l'elfa del maggiolino dorato
Torweena, l'elfa del maggiolino dorato appartiene al popoloso gruppo degli elfi silvani o elfi dei
boschi. Per lei vivere nella natura è fonte di perfetta letizia. Porta i lunghi capelli neri sciolti sulle
spalle intrecciati a bacche rosse e fiori di campo, indossa una corta veste di panno color marrone
bruciato, per mimetizzarsi con l'ambiente circostante, chiusa ai fianchi da una cintura di cuoio
verde con fibbia d'oro rotonda, punteggiata di lapislazzuli scuri. Come molti elfi silvani ama
camminare a piedi nudi nel sottobosco; se deve inoltrarsi nel fitto della boscaglia o camminare su
terreni accidentati calza un paio di stivaletti leggeri, rosso scuro. Il colore della sua pelle è chiara,
con riflessi azzurri, quasi trasparente. Gli occhi sono grandi, marroni.
Passa le giornate nel bosco, o sugli alpeggi deserti, ama la solitudine e sfugge la vicinanza non
solo degli umani ma anche degli altri elfi. Eppure nelle lunghe sere d'estate, visita di nascosto
i villaggi degli umani, di cui apprezza molto la passione per i giardini ben curati. Si ferma
accanto ai davanzali che recano file di vasi fioriti e li odora con voluttà. Alcuni fiori la attraggono
particolarmente, come la rosa, l'ortensia e le grandi campanule azzurre. Presa da fame improvvisa a
volte assaggia un fiore o ne fa scorta per nutrirsene sulla strada del ritorno.
Per lei l'inverno è un lungo periodo di noia e tristezza, passato osservando il monotono cadere
della neve, ascoltando l'ululato del lupo grigio e i passi cauti della volpe bianca, sognando il cielo
finalmente sgombro, i bagni nelle sorgenti libere dal ghiaccio e le corse sui sentieri verdeggianti.
Per rendere meno struggente la nostalgia si perde nei sogni provocati bruciando certi funghi seccati
che danno visioni straordinarie.
Torweena si desta ai primi venti tiepidi d'aprile. Nelle orecchie le risuona il canto del disgelo, mille
gocciole saltellanti nei ruscelli. E' tempo di lasciare il suo giaciglio di lanugine dei pioppi e dei
gattici del salice lanato e delle tife palustri, di pettinarsi a lungo i capelli ed uscire. Per affrettare
l'arrivo della primavera si preoccupa di proteggere i germogli precoci, come le infiorescenze del
salice, che copre di una soffice lanugine gialla perché non soffrano le notti ancora fredde.
Tiene sotto la sua protezione il maggiolino dorato. Messaggero della bella stagione e suo
compagno delle notti nordiche. Questo messaggero della bella stagione le fa compagnia volandole
attorno, trovando rifugio nei suoi capelli. E' anche l'animale raffigurato sotto forma di gioiello
d'ambra in cima al bastone di bronzo argentato che tiene nella mano destra. Ci fu un tempo in cui
Torweena combatteva tra le schiere del suo popolo l'eterna guerra contro gli orchi e le creature
del Male nel tempo del Lungo Inverno. La sua corazza nera e lucente, la sua spada forgiata col
metallo caduto dal cielo nella Notte delle Meteoriti, il coraggio e la bellezza fulgente della guerriera
incutevano terrore. Colpita a tradimento fu data per morta dai suoi stessi compagni e abbandonata
sulla terra bianca di neve e gelo. Riaprì gli occhi circondata di un tepore prodigioso e di un alone
di luce dorata e ronzante. Milioni di maggiolini la coprivano, riscaldandola e lasciando cadere su
di lei un pulviscolo di nettare più dolce del miele. La battaglia e la morte erano lontani, la stagione
piena di colori e di voli nell'aria limpida. E lei era viva, grazie alle piccole creature dalla corazza
punteggiata che da allora trovarono in lei una protettrice amorevole. E' Torweena che li guida dove
più teneri sono i germogli tenendo lontani col il suo bastone le rondini e gli altri uccelli predatori
che si cibano di queste creature.
Quanto a lei è altrettanto vegetariana che i suoi protetti. Golosa di bacche velenose per i mortali,
come la belladonna, il vischio perlato, l'agrifoglio rosso e giallo e il ligustro nero delle paludi,
considera prelibati i fiori di bianchi del loto, le ninfee rosate e il fiore giallo del dente di leone,
sappiamo già che non disdegna qualche assaggio di fiori coltivati dagli umani. E se camminando
nei boschi in cerca di funghi ne trovate di rosicchiati ai bordi qua e là non incolpate i topolini
campagnoli, il riccio oppure i piccoli gnomi dal cappuccio rosso. E' Torweena che vi ha preceduto e
non ha saputo resistere al desiderio di uno spuntino.
Tenenfrod l'elfo dei frutti rossi.
E' l'elfo silvano per eccellenza, per lui il bosco è il grande libro aperto della natura sulle cui pagine
scorre il suo sguardo esperto e riconoscente. E' anche l'elfo amico dei mesi estivi, quando la selva
si libera di tutte le sue suggestioni negative ed acquista l'incanto delle notti profumate, dei balli
nelle radure, delle lucciole e dei ramarri dalla pelle di smeraldo.
Lo potrete forse incontrare accanto alle sorgenti o intravedere tra le fronde, biondo, muscoloso, a
torso nudo, la pelle abbronzata dalla vita all'aria aperta, coperto dai calzoni rossi, un paio di stivali
di pelle, un pugnale alla cintola con fibbia d'argento e la corta spada di metallo meteoritico chiusa
in un fodero rosso che gli attraversa la schiena. Una collana di bronzo con un ciondolo a forma di
sole raggiante lo distingue, due bracciali di rame brunito gli serrano i polsi. Cavalca un destriero
bianco con il quale compie interminabili scorribande sui sentieri freschi e ombrosi.
Tenenfrod protegge le umili e preziose piante che maturano negli spiazzi erbosi e dove meno
fitta è la trama dei cespugli, nel sottobosco, e che danno agli umani le delizie dei frutti rossi: i
lamponi simili a rubini, le piccole, deliziose fragoline che spuntano dalle erbe basse, i ribes che si
arrampicano su esili steli, i mirtilli, umili ma dolcissimi, le ciliegie dal colore rosso scuro, le more
squisite ma difese da barriere di spine. Per non dire dell'uvaspina e delle bacche di rosa canina. Ne
è goloso come il suo destriero, anche se per lui il più delizioso boccone è la fragola intinta nel miele
di un favo selvatico!
Ormai trionfa l'estate: i fanciulli e le fanciulle degli umani, vestiti di leggeri abiti di lino, finalmente
liberi di scorazzare nel bosco si ritrovano nelle radure assolate. Tutti hanno portato qualche
recipiente: cestini di vimini finemente intrecciati, ciotole di legno leggero, zucche vuote e seccate.
Comincia la caccia ai frutti rossi, tra grida e canti.
Tenenfrod osserva con occhi benevoli i piccoli umani affannarsi nella ricerca, cacciarsi nei
cespugli, infilarsi tra le foglie, senza grandi risultati. Allora l'elfo sposta i cespugli, alza le foglie
delle felci, piega i rami spioventi perché i cercatori di frutti possano scoprire il ricco tesoro. Quando
le ceste sono piene è tempo di tornare. Sugli usci delle case li aspettano le mamme. Una parte
del raccolto sarà consumato subito, dolce conclusione del pasto serale. Il resto sarà lavorato dalle
sapienti mani delle donne.
Prima che l'elfo istruisse gli umani sulle infinite possibilità di trasformazione e di utilizzo dei frutti,
essi se ne cibavano solo nella bella stagione o li facevano seccare per risentirne il sapore nella lunga
pausa invernale. Fu lui ad insegnare alle donne come fare le marmellate, le composte di frutti, le
tenui e morbide gelatine, delizia della mensa e delle scampagnate.
Ancora più importante, almeno per gli uomini, fu la sua abilità nella creazione di bevande, come
l'idromele di cui è un abilissimo produttore, che mescola ad un miele particolare ottenuto con
nettare di gelsomino notturno. Ma dove si è guadagnato l'eterna gratitudine dei popoli delle terre
settentrionali è stato con la distillazione dei frutti rossi per ricavarne molti tipi di liquori: alcuni
densi e dolci, che tanto piacciono alla signora di casa e alle sue amiche, ma soprattutto per ottenere
le forti grappe, l'acquavite di ribes e quella che si ricava dalle bacche di rosa canina, indispensabile
per vincere i rigori del freddo e la nostalgia della lontana Primavera.
Si sa che lo stesso Tenenfrod ama queste bevande profumate che riscaldano il suo cuore e gli
mettono allegria. La sua grotta sotto le radici di una quercia secolare è una cantina molto ben
fornita, i suoi alambicchi sono stati creati dagli gnomi del metallo, i più abili in questo genere di
opere d'arte. E non è raro vederlo un poco brillo, saltare da una pianta all'altra e udire la sua risata
squillante volare di notte tra le fronde del bosco e mescolarsi ai versi della faina e ai richiami del
barbagianni grigio.
Morigan l'elfa della rugiada.
La grande stirpe degli elfi sa essere di una tale bellezza che a volte essi stessi non trovano le parole
per descriversi. Prendete Morigan, l'elfa della rugiada. I pochi umani che l'hanno vista non parlano
giacché le parole sarebbero inutili a descriverla, tutti gli altri fantasticano di vederla ma possono
solo provare a dirne così come si descrive un sogno o come si può dire lampada volendo descrivere
il sole. Forse non esiste un linguaggio umano per i suoi capelli color delle foglie autunnali che
le scendono ondulati sino ai fianchi, raccolti intorno alla fronte in trecce e chiusi da un diadema
d'oro che reca al centro una pietra bianca come i suoi occhi. E le piccole orecchie puntute da cui
scendono pendagli d'argento dorato con pietre gialle e il viso dalla pelle quasi trasparente, di pura
bellezza elica e il lungo collo ornato da una doppia fila di perle rosate e azzurre. Altri preferiscono
soffermarsi sulla veste di bianca seta trasparente dalle larghe maniche azzurre che le arriva ai polsi,
fermata da due gioielli a forma di ramarro che si morde la coda. Ai fianchi una cinta amaranto di
cuoio intarsiata d'avorio, arricchita da una fibbia d'oro e lapislazzuli verdeazzurri.
Vive sola e non sente il bisogno della compagnia dei suoi simili. Le fanno compagnia gli uccelli
notturni, le faine e le donnole. Esce di notte e cammina a piedi nudi sull'erba Morigan, cammina
nelle ore antelucane sicura anche nel fitto della foresta e nel buio della notte. Lascia cadere dalle
mani una pioggia di rugiada, la linfa da cui tutto prende vita.
Rugiada a goccioline si deposita sulle corolle appena aperte, sulle larghe foglie degli alberi, copre
i frutti e le bacche, si raccoglie in piccole pozze nell'incavo dei rami e nei calici della campanule.
Per questo reca sempre con sè una genziana azzurra e la tiene come fosse un calice di cristallo: lei,
come molti elfi, non si nutre d'altro che di rugiada, come gli dei boreali si nutrono d'ambrosia,
come i semidei devono solo il nettare.
Dalle sue mani scende la linfa di cui si abbeverano tutti i fiori e le gemme nuove, gli esseri che
strisciano nella foresta, i colibrì e tutti i piccoli uccelli, le farfalle, le libellule, le api e tutti gli
insetti che ronzano operosamente durante il giorno. A lei devono la vita i ramarri smeraldini, le
salamandre nere, gli scoiattoli e tutta la sterminata famiglia del bosco.
Quando il sole si fa alto Morigan trova rifugio nel luoghi più freschi della foresta: il tronco cavo di
un larice millenario che stilla acqua dalle sue volte vegetali, una grotta nella roccia, tappezzata di
muschio verde e fresco e cosparsa di salamandre albine o l'intrico delle fronde dei salici maestosi
che si piegano sulle acque dei ruscelli.
Altre volte preferisce le caverne che stanno alle spalle delle cascate, luoghi mai calpestati da piede
umano, stillanti pioggia eterna. L'importante per Morigan è evitare la luce diretta del sole. Se mai
ciò avvenisse l'elfa sarebbe condannata a svanire, così come evapora la rugiada dalle corolle e dalle
foglie.
Ma c'è un altro motivo per cui l'elfa della rugiada è amata dagli umani: Morigan è la protettrice dei
bambini che si smarriscono nel bosco di notte, delle piccole anime leggere che di colpo non trovano
più il sentiero e si sono persi e non sanno tornare. Laggiù nel villaggio già si rincorrono i richiami
angosciati delle madri, si accendono le torce e si organizzano ricerche con cani che annusano
piste improbabili. La guardiana delle oche ha destato le sue bestie ed ora le spinge davanti a sé:
hanno il compito di starnazzare per tutto il bosco, farsi udire da lontano, spaventare i lupi e tenere
desti i piccoli che staranno tremando di freddo e di terrore nel cavo di qualche albero. Ed ecco
che all'inizio della salita verso il fitto degli alberi, tra i bagliori delle fiaccole compare una figura
dai contorni ancora incerti. Si avvicina. Una donna scarmigliata urla un nome e corre avanti ad
abbracciare il figlio che per prodigio ha ritrovato la strada di casa. Ma non è un miracolo. Nessuno
si accorge dell'elfa della rugiada che ha raccolto il bambino stremato di paura e stanchezza, lo
ha dissetato con la rugiada cantandogli una ninnananna, lo ha cullato tra le sue braccia per farlo
addormentare. Quando il piccolo ha riaperto gli occhi erano già in vista del villaggio: un lieve bacio
di Morigan è stato il saluto prima di scomparire, qualcosa che resterà nei suoi ricordi al confine tra
il sogno e la realtà.