Philippe Gratin e il nipote di Dracula : Un’avventura in Transilvania (1 parte)
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Bucarest, sei mesi prima Bucarest, fine aprile.
Il mese delle giunchiglie e dei fiori di pesco. Il professor Vurdalac Midlir camminava nel grande parco della clinica psichiatrica della capitale romena.Le aiuole fiorite si alternavano ai prati e ai filari di alberi coperti dalle foglie nuove, d’un verde tenero e delicato. I colori dei fiori si mescolavano davanti ai suoi occhi. Si tolse gli occhiali e pulì le lenti con la cravatta.
- Che meraviglia! Che aria tiepida e profumata! Lungo i viali gli ospiti della casa di cura passeggiavano accompagnati da assistenti graziose e infermieri robusti. Altri ospiti sedevano sulle panchine. Anche gli spiazzi dove si trovavano i giochi delle bocce e del cricket erano affollati di pazienti. Le persone che incrociavano il professore lo salutavano con grande rispetto e lui aveva per tutti una parola gentile. - Buongiorno professore! Era un panettiere che camminava solo all’indietro da quando un ciclista lo aveva investito alle spalle. - Buona giornata caro. Tieni lucidati gli specchietti retrovisori, mi raccomando. - Professore! Mi avevate promesso una raccomandazione per nominarmi capo stormo delle oche che migrano verso sud in autunno – gli ricordò una donna anziana in carrozzella, spinta dall’infermiere. Aveva una gamba e un braccio ingessati e il collare ortopedico le sosteneva la testa. - Tranquilla Evilana, quelli che come te sanno volare sono i primi nella lista. Appena ti riprenderai dal tuo ultimo volo. Hai tempo fino ad ottobre per rimetterti a posto. L’uomo si rivolse al suo compagno: - Vedi caro amico, oggi è una giornata perfetta. Il sole, l’aria tiepida dopo tanto gelo, la primavera che è arrivata ci riempie di doni. E la gente è più lieta e gentile. Non trovi? Lo so, tu parli poco, ma ammetterai che è bello essere di nuovo fuori dell’inverno. Questo istituto è meraviglioso, ma il parco d’inverno mette tristezza, così nudo, senza colori. Il professore allungò il passo fino a una fontana. Il Nettuno scolpito nel marmo alzava il suo tridente e intorno a lui sirene e tritoni suonavano trombe a forma di conchiglia. Si bagnò le mani nell’acqua gelida e si rinfrescò il viso. - Professore venite, vi stanno aspettando – chiamò una voce alle sue spalle. Era un’infermiera. - Scusa, ti devo lasciare. Ci vediamo più tardi, quando avrò finito – mormorò. E si allontanò dietro la donna. Salirono la parte sinistra di una doppia scalinata che si riuniva su un terrazzo all’ingresso della casa di cura, entrarono nell’atrio e salirono ancora una rampa di scale che portava agli studi dei medici curanti. Erano tutti luminari di fama mondiale, i migliori specialisti nella cura di malati molto particolari. Non i soliti matti da barzelletta, ma casi rari e straordinari. L’infermiera aprì la porta e fece strada al professore che entrò e si sedette sulla comoda poltrona di pelle chiara. - Buongiorno professor Vurdalac – - Bella giornata, non trovate? - Siamo in primavera, finalmente! - E voi sembrate in perfetta forma. Anche se in questi casi spesso l’apparenza inganna. I quattro medici seduti dall’altra parte della scrivania avevano tutti il camice bianco con una targhetta plastificata che recava il nome e la fotografia. Il primario dell’istituto professor Cioran con un sorriso aperto e cordiale parlò per primo: - Con chi stavate parlando là fuori? Se non sono indiscreto. - Io? Salutavo le persone che incontravo. Sapete sono tutti molto cortesi con me. - Lo sappiamo, voi siete molto conosciuto e tutti vi stimano. Dicevo quand’eravate da solo. Parlavate e gesticolavate in modo animato. - Con nessuno. Recitavo tra me i nomi delle piante e dei fiori che sono sbocciati in questi ultimi giorni. E se facevo dei gesti era solo per scacciare le api e i calabroni, sapete il parco è pieno di insetti fastidiosi. - Sicuro che non stavate parlando con il vostro misterioso amico? Quello che vi tiene compagnia nelle passeggiate, che fuma le vostre sigarette e che voi chiamate Davidian ? – chiese il professore Dantaliu, esperto in schizofrenia e dissociazione della personalità. - Mesi che non lo vedo. Sparito, non c’è che dire. - E delle teorie sulla presunta appartenenza della vostra famiglia dell’estinta casata di Vlad Dracul, il Vampiro cosa ci dice? E’ sempre convinto di esserne l’ultimo e unico erede? – domandò il professore Gargantu, un omone massiccio, dagli occhi piccoli, la faccia porcina e coperto di pelo rossiccio fin sulle dita grosse come salsicce. Era un profondo conoscitore delle leggende medievali e studioso di arti occulte. - La nobile e grande famiglia Dracul è per così dire estinta. Almeno credo. Sapete, ho dovuto interrompere i miei studi da quando sono vostro ospite. Ma già mi ero fatto questa idea. - Un ospite che forse ci lascerà. Ma cosa farete quando sarete fuori di qui – si informò il professor Melo-Cantu, grande conoscitore delle psicosi ossessive, con un tono gentile ma insidioso. Vurdalac Midlir era sul chi vive. - Vita sana, all’aria aperta. Tanto per cominciare torno al mio palazzo e riprendo in mano la situazione. I quattro medici lo guardarono preoccupati. Lui scoppiò in una risata. - Non temete signori. Voglio vendere tutto, palazzo, biblioteca, strumenti, raccolte di oggetti particolari e magici, tutto. Per questo devo passare da casa, ma solo per mettere la pratica di vendita in mano a una persona fidata. Nel frattempo sparirò…voglio dire, me ne andrò sul Mar Nero a fare le cure termali. Come dicevo, aria di mare, passeggiare, letture sane, poche, sono certo che se ora sto bene in pochi mesi tornerò quello che ero vent’anni fa. Lo prometto! I quattro medici si guardarono a lungo in silenzio. Si sentiva solo il battere degli ingranaggi della pendola alla parete. Il primario, professor Cioran parlò: - Professor Vurdalac Midlir, voi siete stato per anni un illustre e famoso concittadino. Le vostre ricerche sulle antiche credenze popolari sono state pubblicate in tutto il mondo destando ammirazione nelle persone di genio. Perché avete di colpo deciso di rovinare tutto con queste storie di vampiri e streghe e poteri demoniaci e altro ancora? Per questa vostra fissazione e per alcuni episodi spiacevoli siete stato portati qui, sei anni fa. Ora, da mesi vi osserviamo, pare che le vostre manie siano scomparse… - Scomparse, esimio professore! Dissolte come nebbia all’arrivo del sole, come neve sciolta dai primi tepori primaverili, illustri professori e, permettete, colleghi. - E la sua biblioteca? I suoi libri? – chiese Melo-Cantu, sempre mellifluo. - In fiamme. Nemmeno li vendo ve l’assicuro, non voglio che possano creare false illusioni in cervelli deboli! - Bene, Lei può tornare nella sua stanza. Le faremo sapere, ma detto fra noi, può cominciare a preparare i bagagli, presto sarà libero – concluse il primario. Il professor Vurdalac si alzò di scatto, strinse la mani ai quattro colleghi e uscì. Fuori l’infermiera che l’aveva aspettato lo accompagnò nella sua stanza.