- Non c’è più nessuno - una voce improvvisa lo fece voltare. Era Paavila il taglialegna.
- E dove sono andati? – chiese Ghentel meravigliato.
- Vanno verso le Terre basse. Dicono che non ne possono più del bianco, del blu e dell’azzurro. Cercano i colori – rispose Paavila.
- I colori…- ripeteva sommessamente l’elfo di Gennaio guardandosi intorno. Cosa sono i colori?
- Il rosso delle ciliegie, il verde dell’erba, l’azzurro del cielo, il viola delle prugne selvatiche…non tutto questo bianco – rispose Paavila indicando il paesaggio e il cielo.
Ghentel cominciò a correre, divorando il fianco della montagna, guidato dalle peste che il popolo migratore aveva lasciato sulla neve, in una lunga fila indiana. Li raggiunse.
- Fermatevi, non potete abbandonare il villaggio, che diranno di me, il vostro protettore, se adesso vi lascio andare?
Artaud, il seniore del villaggio si fece avanti.
- Ghentel amico nostro, non sentirti in colpa, ma che vita è questa? Mesi interi di gelo senza fine, notti buie e giorni bianchi. Nessuno che ci venga a trovare. Nelle terre basse i giorni sono lunghi, caldi e fioriti. La gente esce la sera, dopo cena e resta seduta sulla soglia delle case a chiacchierare ascoltando i grilli.
L’elfo si fece pensieroso. Poi sospirò profondamente.
- Avete ragione. Ma io sono Ghentel, l’elfo di Gennaio. Guardate, ho altri doni per voi.
L’elfo estrasse dalla borsa una manciata di fiori:eccovi la rosa di natale, il bucaneve che vi indicherà quando l’inverno sta per finire, il croco rosa, giallo e azzurro che coprirà le valle quando la neve comincerà a sciogliersi. E infine il vischio verde con le sue bacche color perla e l’agrifoglio con i suoi frutti rossi.
- Bello, ma perché dovremmo tornare? – chiese Artaud.
Ghentel non si scoraggiò. Sollevò alta la sua borsa e la mostrò ai valligiani. Gli umani sembravano ipnotizzati. Estrasse un fiorellino dai petali bianco rosati e dal cuore viola amaranto e lo lasciò cadere. Subito il sentiero, la distesa bianca e la foresta attorno fiorirono. Una distesa d’oro li circondava. Gli umani restarono a bocca aperta.
- Ssstttt – fece Ghentel, inspirando profondamente con il naso. Tutti lo imitarono. Un profumo ineffabile si era diffuso dappertutto, li circondava, talmente penetrante da stordirli.
- Si chiama calicanto. Crescerà solo in inverno e Gennaio sarà il mese più profumato dell’anno, e il profumo del vostro villaggio arriverà nelle valli. Verranno a chiedervi di questo prodigio e voi non sarete mai più soli.
I valligiani ripresero la strada di casa. E nessuno pensò più di abbandonare il villaggio fiorito e profumato di Orgath.
Da allora Ghentel porta sempre nella sua borsa una manciata di fiori, e tiene in mano un rametto fiorito di calicanto, pronto spargerne i fiori e il profumo dovunque ce ne sia bisogno. Suonato il flauto di sambuco se vi sentite soli, un suono altrettanto dolce vi risponderà e poco dopo, come per incanto, l’aria si riempirà dei fiori rosati del calicanto: Ghentel sta arrivando.
MarivelL'elfa della PrimaveraQuando il sole ritorna nel cielo e nei boschi comincia il disgelo, Marivel la bellissima elfa della Primavera si affaccia all'ingresso della cascata che per tanti mesi ha nascosto la grotta dove ha passato l'inverno. Un sottile velo di ghiaccio copre ancora la soglia della sua casa: Marivel ne incide la superficie con il diamante bianco che reca al dito indice della mano sinistra: il ghiaccio si apre e lei è libera di uscire come la farfalla dalla crisalide. Allora la Primavera comincerà a correre per i monti e le valli delle Terre di Arrgath.
Marivel non dorme mai, come molti elfi non ha bisogno di riposo. Il suo abito è bianco, cesellato di smeraldi e decorato di corolle di margherite e crochi. Sulla spalla porta un pettirosso che le ha fatto compagnia per tutto il periodo freddo, cinguettando per lei e prendendo il cibo dalle sue mani. Porta a tracolla Thoron, un lungo corno d'avorio ricurvo intarsiato d'oro, ricavato da una zanna di mammuth vissuto ai tempi in cui gli uomini erano deboli e paurosi come gattini e temevano l'ira dei popoli invisibili delle foreste. Per prima cosa si pettina a lungo i capelli che le arrivano fino alla cintola d'argento. Poi comincia a suonare correndo senza sosta per boschi, valli e villaggi addormentati. Il suo passo è leggero, non lascia traccia sul terreno e sul letto di aghi di pino.
Al suono dolce e prolungato del corno gli animali si svegliano dal letargo nelle loro tane. Aprono gli occhi e capiscono che un altro lungo inverno è finito. Ma non va sempre così. Ci sono animali dal sonno duro e profondo come un masso nascosto in fondo a un pozzo. Allora Marivel si avventura nelle grotte più buie dove dorme l'orso bruno, scende nell'intrico delle radice sotto le querce secolari per destare il riccio e il tasso, soffia in un fischietti di bosso e attende che la tribù delle marmotte risponda al suo richiamo.
Lo scoiattolo si desta al rumore delle noci e delle ghiande che picchiano contro il tronco dell'albero dove ha trovato riparo: è l'elfa della Primavera che getta questi frutti per ridestare il goloso animaletto.
Il ghiro è forse il più difficile da svegliare. Si arrotola stretto stretto, nasconde il muso dentro la lunga coda nera e non vuol saperne di aprire gli occhi. Marivel non si arrende: Raccoglie mazzolini di viole e glicini, i fiori più profumati del bosco, ne fa ghirlande e se ne adorna, creando una nuvola di profumo nella quale si muove. Quindi, agile e decisa, afferra una puzzola per la coda e la lancia nella tana del ghiro. Il tempo di un battito d'ali del pettirosso e il ghiro salta fuori dalla tana come se fosse stato punto sul naso da una vespa.
Quando tutti gli animali del bosco sono usciti dal letargo, Marivel alza la mano impreziosita dal grande diamante bianco. Al riflesso del sole la sua luce si espande, la circonda, il suo abito candido si fa brillante come la cometa più luminosa. E' tempo di andare verso gli umani. Anche loro nel sonno leggero della fine d'inverno odono il suono del corno di Marivel. E' una mattina come le altre, ma qualcosa di nuovo vola portando un'aria di fresco, un odore di boccioli prematuri. E un'ansia improvvisa li prende, una smania di uscire all'aperto, spalancare le finestre, schiodare gli usci delle case, buttare nel fuoco rami di elleboro e calicanto perché la fiamma si colori e il fumo spanda freschi profumi.
I giovani del villaggio, impazienti, non resistono, escono di corsa vedono qualcosa che riluce nelle alte file degli alberi al confine dei pascoli e vorrebbero raggiungere quella luce soffusa, convinti di poterla catturare, come le lucciole di maggio. Corrono e affondano fino ai ginocchi nelle pozzanghere che si sciolgono, scivolano nei canaloni, la neve sgocciola e cade dai rami dei larici e degli abeti e gli piomba in testa, li sotterra sotto una coltre gelida, la bocca piena di ghiaccio. Ma è solo un gioco. Torneranno alle loro case fradici e convinti d'avere visto un miraggio. Le donne si guardano alle specchio e ridono di gioia: la loro pelle torna a splendere, gli occhi sono gemme, i capelli sono di nuovo lucenti e le labbra più rosse dei lamponi di bosco. I vecchi invece riempiono le pipe, portano fuori le panche di legno e le appoggiano ai muri delle case. Aspettano. Il suono del corno di Marivel si avvicina, l'eco si spande per le valli, sempre più prossimo, fino a quando una sfera di luce che nessun occhio può sostenere si ferma sul confine degli alpeggi, la linea che delimita la fine dei boschi perenni e l'inizio del territorio degli umani. E' lei, che abbaglia col candore del suo abito, perché nessun umano possa mai dire d'averla vista. I vecchi lo sanno e non pretendono di scoprire i segreti dei tempi lontani. Sorridono, accendono le pipe e si scaldano al primo sole della Primavera.
FrondenL'elfo della Grande QuerciaLa Grande Quercia, così viene chiamata in tutto il territorio del nord iperboreo, è un albero immenso, il più maestoso delle infinite foreste che coprono quelle latitudini. Le sue radici sostengono da sole la volta delle sterminate caverne dei popoli di sotto, che senza di lei crollerebbero in un istante e si inoltrano nel terreno fino alle coste dei mari glaciali. Il suo tronco è così grande che per salirci Fronden, l'elfo della Grande Quercia, ha costruito una passerella di legno che gli gira intorno e sale, sale fino a perdersi tra le nuvole, ricavando assi da un'intera foresta di lecci. La strada è tanto lunga che deve essere illuminata da lampade di mica azzurra che contengono lucciole giganti. Il suo fusto è così alto che se voi iniziate a salire dalla base in estate, man mano che salite le stagioni cambiano, passate attraverso il vento di fine agosto, le piogge di settembre, le bufere di ottobre e arrivate in cima nel pieno delle tormente di neve invernali, senza mai fermarvi, senza sostare un attimo. Nel suo intrico di rami vivono popoli che mai si sono potuti incontrare ed animali di cui sulla Terra si è perso il ricordo.
Fronden ha i capelli verdi, che non hanno mai conosciuto la forbice e sono raccolti in una lunga coda chiusa da anelli di bronzo, così come i baffi spioventi e la barba intrecciata non sono mai stati sfiorati dal rasoio. La sua pelle è pallida, gli occhi luminosi cambiano colore col mutare della luce, scuri quando vive sulla terra, verdi quando si muove tra le fronde della Grande Quercia, celeste pallido nel mezzo delle bufere di neve, essi diventano due sfere luminose nel buio e vedono più in là della vista della lince. Appartiene alla stirpe dei guerrieri perché la difesa della Grande Quercia è vita per il popolo degli elfi. Il suo corpetto di cuoio è coperto da borchie di metallo lucente, al suo cinturone è assicurata la lunga spada dall'elsa d'oro e il pugnale a doppia lama. Un tatuaggio sul braccio sinistro, recante due rametti di ghiande incrociati confermano il suo voto di fedeltà, destinato a durare oltre la fine delle ere.
Fronden è il solo a conoscere la Grande Quercia come se medesimo. Essa è nata prima di lui e vivrà per sempre. Guai se qualcosa di grave succedesse all'albero: si mormora che la sua caduta sia uno dei quattro segni dell'avvicinarsi della fine del tempo elfico. Per questo vive solo, ha rinunciato all'amore delle più belle creature della foresta ed ora ha amici occasionali e non accetta altro che la compagnia degli animali che vivono con la quercia, civette azzurre, linci albine, faine dal pelo maculato.
Oh, ci fu un tempo nel quale gli orchi, i trolls, i nani e tutte le creature malvagie e deformi della notte e dei mondi oscuri, invidiosi della bellezza e dei poteri magici degli elfi, si allearono per abbattere la Grande Quercia e porre fine al tempo di questa razza eletta. Furono Fronden e gli elfi silvani a difenderla vittoriosamente. Certo i nemici erano più numerosi delle formiche che si risvegliano a primavera e quanto furono vicini a porre le loro scuri alle sacre radici della pianta! Ma il male fu respinto. Sì, le spade scintillanti degli elfi rasero al suolo le schiere delle tenebre, gli archi di bronzo vibrarono con suono di cetra, i nugoli delle frecce oscurarono il cielo e ricaddero senza che una sola saetta andasse a vuoto! E più nessuno osò alzare la fronte verso la Grande Quercia senza il giusto timore che si deve ad una divinità. Ma il compito di Fronden non si esaurì al termine della battaglia vittoriosa.
Per questo lo si vede salire e scendere in continuazione lungo il tronco, addentrarsi nella foresta dei rami e soffermarsi alla congiunzione dove si dipartono i rami dal tronco: sono come le arterie che escono dal cuore dell'uomo. Munito di un piccolo corno cavo, lo appoggia alla corteccia nel silenzio più profondo ed ascolta il cuore della pianta millenaria. Col passare degli anni il battito si è fatto lento e appena percettibile. Si potrebbe pensare che il respiro dell'albero si sia fermato, ma non è vero. L'udito di Fronden è allenato da secoli di solitudine e meditazione. Può udire l'aprirsi di una gemma nel sottobosco, lo scivolare di un bruco sulla corteccia rugosa di un larice, percepisce di una piuma di pavoncello che cade sul sentiero di foglie. Lui resta in ascolto. Da lontano, appena accennato, confuso nello scorrere della linfa, sente venire e spandersi per ogni fibra della pianta un mormorio ovattato, quasi il battito d'ali subito interrotto. E' la Quercia che vive. Passeranno altri giorni prima che il re degli alberi rifaccia sentire il suo cuore. Sulla bocca di Fronden appare una specie di sorriso, ripone il corno cavo nella cintura e ricomincia il suo giro, passo dopo passo, stagione dopo stagione come sempre da tempo immemorabile.
Renzo Mosca, novembre 2010
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