Philippe Gratin e il nipote di dracula (III° parte)

Ora il convoglio sta per attraversare il villaggio di Bran, poche centinaia di anime, illuminato a malapena da luci fioche. Un gregge di pecore e montoni dorme all'aperto, sotto le stelle, difeso contro il freddo della notte dall'abbondante vello. Stanno tutte ammucchiate e si scaldano a vicenda. Ecco, il grande pipistrello nero vola sopra il gregge, si alza e si abbassa, sfiora le bestie fino quasi a toccarle. Anzi, nel momento in cui riprende figura umana le tocca proprio: nell'atterrare tira un calcio a un montone, cade addosso a una pecora e alla fine si ferma a cavalcioni sopra una capra. Da qui scivola giù con la faccia nell'erba ghiacciata. Si rialza ammaccato. Per fortuna la biancheria pesante ha attutito i colpi.
- Sull'atterraggio sono ancora debole, ci devo lavorare di più. Ma non c'è tempo da perdere, forza con la magia.

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Philippe Gratin e il nipote di dracula (II° parte)

...Appena fu solo nella camera e sentì i passi dell'infermiera che si allontanava dopo aver chiuso la porta a chiave, il professore fece un salto di gioia, accennò a qualche passo di danza, poi voltatosi gridò:
- Visto Davidian, amico mio? Ce l'abbiamo fatta, siamo liberi! Adesso mettiti comodo in poltrona. Io preparo i miei bagagli e intanto ti racconto tutto. Avresti dovuto esserci, i quattro barbagianni impagliati stavano in fila e mi fissavano, pronti a saltarmi alla gola. E io tranquillo, calmo, serafico.
Camminò su e giù narrando per filo e per segno il colloquio. Aveva appena finito di parlare che si sentì la chiave nella toppa.

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Philippe Gratin..qui comincia l'avventura (II° parte)

Il piccolo francese portava un paio di calzoni alla zuava di tela ruvida , a quadretti, roba scomparsa ormai da secoli dalle riviste di moda, calze di cotone grosso a rombi rossi e blu, scarpe di tela grigie, camicia e cravatta. Una giacca di fustagno con le toppe ai gomiti completava il suo abbigliamento. In testa un berretto alla marinara di panno marrone lasciava uscire due orecchie a sventola di notevoli dimensioni. La sua valigia, quasi un baule con gli angoli rinforzati da liste di metallo lucido, era alta come lui e pareva pesantissima a giudicare da quanto il poveretto aveva penato e sudato per portarla fino all'interno dell'albergo.
-Scusatemi signori, mi chiamo Jambon, Laurent Jambon.

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